Una breve introduzione

Psicologi e neuroscienziati confermano oggi quanto si “andava dicendo” sin dai tempi della Grecia antica: la musica muove l’animo, e può curare anche il corpo. Oggi sappiamo con certezza che la musica accresce la consapevolezza di sé e della relazione con gli altri, aiutando ad affrontare fragilità emotive e relazionali, con le difficoltà di comunicazione che ne derivano. Ma, come tutti gli strumenti potenti, occorre saperlo usare bene.
In questo spazio vogliamo dare il nostro contributo presentando le linee generali di un ambizioso protocollo di intervento musicale, il Relational Singing Model (RSM).

RSM si pone l’obiettivo di ottimizzare l’impatto positivo della musica sulla persona e assisterla nella comunicazione con gli altri. E’ stato pensato da Giorgio Guiot, musicista e direttore di cori, e Cristina Meini, filosofa della comunicazione, entrambi attivi da tempo nella riflessione e nella pratica corale.

RSM ha però una storia e un futuro nella collaborazione con altre persone.
Non sarebbe nato senza l’esperienza con i bambini autistici legata alla collaborazione con la psicoterapeuta Maria Teresa Sindelar e al modello DIR-Floortime con cui lei lavora. Il libro Autismo e musica (Erickson, 2012) raccoglie i frutti di tutto ciò.

Negli anni successivi il protocollo musicale si è consolidato, ha acquisito esperienza e, finalmente, un nome: Relational Singing Model, appunto. La collaborazione con gli amici psicologi sistemici dell’Istituto IMePS, Giuseppe Ruggiero e Stefano Iacone, ha portato il RSM all’interno del setting terapeutico, suscitando nuove aspettative e riflessioni raccolte nel libro Il Pentagramma Relazionale. Le forme vitali nella psicoterapia familiare e di coppia (FrancoAngeli, 2017).

 

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